progetto Il Colibrì de Il Ponte ha preso in carico 61 minori e 73 adulti. Quasi mille colloqui tra ragazzi e famiglie per intercettare dipendenze, fragilità e isolamento
Non sempre il campanello d’allarme ha il volto della droga o dell’alcol. A volte passa da uno smartphone che diventa rifugio, dal gioco, da una relazione che si trasforma in dipendenza, da un disagio alimentare, da una famiglia che non riesce più a leggere i segnali. È dentro questa fascia fragile dell’adolescenza che si colloca il lavoro de Il Colibrì, progetto promosso da Il Ponte – Centro di Solidarietà Onlus.
Tra giugno 2024 e giugno 2026 sono stati registrati 95 contatti. I minori presi in carico sono stati 61, 28 maschi e 33 femmine. Accanto a loro sono stati seguiti anche 73 genitori, tutori, nuclei monogenitoriali o servizi sociali affidatari.

Il dato più forte riguarda il volume del lavoro svolto: 696 colloqui di psicoterapia con i minori e 259 colloqui con i genitori. In tutto 955 incontri in due anni. A questi si aggiungono 12 gruppi attivati, con 16 minori coinvolti.
Sono numeri che spostano il tema oltre la semplice rendicontazione di un progetto. Raccontano una domanda d’aiuto reale, spesso silenziosa, che attraversa ragazzi e famiglie e che chiede di essere intercettata prima che il disagio diventi isolamento, esclusione o dipendenza consolidata.
Non solo sostanze
Il Colibrì si rivolge a minori e adolescenti tra gli 11 e i 17 anni con problematiche legate a dipendenze con e senza sostanze. Nelle slide del progetto vengono richiamati alcol, stupefacenti, Dga, internet, nuove tecnologie, addiction, dipendenze affettive e disturbi alimentari.
È qui che il quadro diventa più ampio. Il disagio adolescenziale non passa più soltanto dalle sostanze. Può assumere forme meno visibili, più difficili da riconoscere all’inizio, ma capaci di pesare in profondità sulla vita quotidiana dei ragazzi, sul rapporto con i genitori, sulla scuola e sulle relazioni.
Famiglie dentro il percorso
Uno degli elementi centrali è il coinvolgimento degli adulti. I 73 genitori, tutori o affidatari presi in carico dimostrano che il progetto non lavora soltanto sul minore, ma anche sul contesto che lo circonda.
Spesso la richiesta d’aiuto arriva quando la famiglia è già sotto pressione: rapporti logorati, adulti disorientati, segnali difficili da decifrare, fatica nel distinguere una crisi passeggera da un problema più profondo. Il Colibrì interviene anche in questo spazio, dove la fragilità del ragazzo incontra la fatica degli adulti.
Un percorso in tre fasi
La prima fase è quella dell’accoglienza, della durata di un mese, con accesso, colloqui con lo psicologo, valutazione della richiesta, adesione al percorso e firma del contratto terapeutico.
Segue il trattamento e la presa in carico, per nove mesi, con colloqui di valutazione, definizione del percorso psicoterapeutico individuale e/o familiare, eventuali colloqui con lo psichiatra e psicoterapia di gruppo.
L’ultima fase è quella dell’accompagnamento e dello svincolo, prevista in due mesi, con la prosecuzione delle attività terapeutiche e il potenziamento delle attività formative, culturali e ricreative. L’obiettivo è aiutare gli adolescenti a rientrare progressivamente nel tessuto del territorio.
La rete dei servizi
Il progetto si muove dentro una rete di invii che comprende Tsmree e Serd della Asl Roma 4, Ussm del Dipartimento di giustizia minorile di Roma, servizi sociali territoriali di Civitavecchia, Ladispoli, Tolfa e Cerveteri, case famiglia e realtà del volontariato.
La metodologia è multidisciplinare. Nell’équipe sono coinvolti psicoterapeuti, psicologa, educatori professionali, assistente sociale, psichiatra e volontari. Una composizione che conferma la natura del problema: non solo sanitaria, non solo sociale, non solo familiare, ma intrecciata.
Il disagio prima che esploda
La fotografia che arriva da Il Colibrì non riguarda soltanto un progetto. Riguarda il modo in cui il territorio intercetta le fragilità degli adolescenti prima che diventino rottura.
Novantacinque contatti in due anni, 61 minori presi in carico, 73 adulti coinvolti e quasi mille colloqui sono il segnale di una domanda d’aiuto che esiste e che non può essere letta solo con le categorie tradizionali della dipendenza.
Il nodo è tutto qui: riconoscere il disagio quando è ancora possibile agganciarlo, costruendo attorno ai ragazzi una rete capace di tenere insieme cura, famiglia, scuola, servizi e territorio.
Redazione Civonline 09/06/2026

